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Non solo deserto...
“GROTTE” IN LIBIA
(stampato sulla rivista speleologica Progressione 55 - C.G.E.B. S.A.G. Trieste, , www.boegan.it)
"In questo massiccio montuoso i nostri antenati hanno scritto il loro racconto di cui oggi abbiamo perso la chiave di lettura." di F. Mori.
INTRODUZIONE
Da fine dicembre 2007 a gennaio 2008 ho partecipato con un gruppo di amici appassionati di fuoristrada (Fennec Desert Team Italian 4x4, www.fennecdesertteam.it) ad un viaggio autorganizzato in Libia all’insegna dell’avventura e dell’esplorazione sotto tanti punti di vista.
Prima di partire ho avuto modo di leggere per caso un articolo di Paolo Forti a riguardo proprio della Libia sulla rivista bolognese SottoTerra, dove lancia l’idea di catalogare le grotte archeologiche dell’Akakus, Parco Nazionale protetto dall’UNESCO. Una volta sul posto ho potuto constatare quanto lui afferma.
Questa nazione africana possiede uno dei deserti più belli e affascinanti al mondo. Grande varietà di paesaggio che offre sorprese e meraviglie ogni giorno diverse. Colpisce la vastità dei territori e forse è la lunga attesa tra un luogo e l’altro che amplifica il desiderio, lo stupore e la curiosità. La geologia e la storia sono altrettanto affascinanti. Volendo si può fare pure speleologia.
LE GROTTE DELL’AKAKUS LIBICO
L’Akakus è un Parco Nazionale dal 1973 ed è considerato patrimonio culturale dell’UNESCO per essere la culla di innumerevoli siti archeologici. Il nome completo è Tradart Akakus. E’ un altopiano di circa 900 m d’altezza con cime che superano i 1300 m, lungo 150 km e largo 30 km, nell’estremo Sud della Libia, al confine con il Tassili algerino, di cui è la propaggine orientale. Ad Est ed a Ovest è contornato da Erg sabbiosi come Uan Kasah e da montagne come l'Idinen vicino la città di Ghat.
Ha una morfologia tormentata tanto da poter essere considerato una sorta di gigantesca cattedrale gotica con pinnacoli e guglie, scolpiti e lavorati dalla natura, graffiti e pitture creati dall’uomo sulle sue pareti. Su questo lembo di rocce e sabbia sono state lasciate le tracce di un passaggio umano avvenuto in epoche remote, all'incirca tra la fine del Pleistocene e l'Olocene. A quel tempo il Sahara e tutta l'Africa del Nord erano un'immensa savana percorsa da fiumi impetuosi e popolata da una ricca fauna selvaggia. I disegni artistici decorano le insenature scavate da questi antichi corsi d’acqua. Non si possono considerare vere e proprie grotte, tranne qualche raro caso, ma anfratti, antri, ripari e sono tutte più o meno dipinte.
Si possono ammirare scene di vita quotidiana, il passaggio da cacciatore a pastore nomade, a coltivatore, la diffusione della ruota e dell’alfabeto. Il clima secco e asciutto ha permesso a questi capolavori di giungere a noi quasi integri. In alcuni antri vennero trovate anche mummie di bambini e chissà quante ancora ce ne sono.
Chi per primo esplorò questi luoghi negli anni ’50 fu il Professor Fabrizio Mori, archeologo dell’Università La Sapienza di Roma. A lui si devono tutti gli studi e i pannelli illustrativi posti davanti ad ogni sito. Analizzando i graffiti, sono state evidenziate cinque fasi da 10.000 anni fa ad oggi. La più antica è la fase della Grande Fauna Selvaggia, in cui predominano i graffiti di grandi animali tracciati con solco profondo nella pietra. Segue la fase delle Teste Rotonde, grandi figure enigmatiche, sorta di divinità dalle sembianze umane. Vi è poi la fase Pastorale con scene minuziose e dettagliate di vita quotidiana, tracciate con tratto lineare e asciutto: sono pitture dai brillanti colori ocra, tutte di grande bellezza e di alto livello artistico. Con la fase del Cavallo i tratti somatici delle figure scompaiono, la testa diviene a bastoncino e appaiono i famosi carri dei mitici Garamanti, una popolazione locale di lingua berbera. Ultima, con la progressiva desertificazione e l’introduzione del dromedario, la fase del Camelino, dove lo stile delle pitture diviene più rozzo e sono spesso sovrapposte scritte in tifinagh, l’antico alfabeto berbero che i tuareg sono ancora in grado di decifrare.
L’inizio degli anni ‘90 segna una nuova stagione di ricerca per gli scienziati italiani a scala decisamente ampliata. Basandosi su una idea di multidisciplinarietà per uno studio moderno, più approfondito e in continuità col passato, viene fondata una Missione Archeologica Italo – Libica nell’Akakus e nel Messak, che coinvolge attualmente anche altre università italiane e il C.N.R. Tutte le informazioni si trovano sul sito web www.acacus.it.
In questo contesto credo che l’idea lanciata da Paolo Forti di catastare queste “grotte” a mio giudizio è da prendersi in considerazione, magari affiancandosi ai gruppi di scienziati già operativi con una proposta concreta di campagna di rilevamento speleologico mirato. Quante sono le “cavità”? Noi ne abbiamo viste una ventina, ma sono migliaia. Accompagnati da guida e poliziotto turistico, si può girare ovunque in Libia in piena sicurezza. E’ una nazione che si è aperta al turismo da pochi anni, non è molto attrezzata per ora e per questo riserva molti segreti ancora da scoprire.
Barbara Grillo (C.G.E.B.)